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Un nome e un aggettivo per cucirci addosso la nostra stessa pelle: “cantastorie sbandati”.

Questo è quel che è uscito dalle teste di qualcuno di noi in un pomeriggio disoccupato, passato con la pancia verso il soffitto. Non è piaciuto subito a tutti e può sembrare adolescenziale ma noi ne siamo coscienti e non rinneghiamo il fanciullino pascoliano che ci accompagna anche nelle imprese più serie. Si lo so, che siete già lì che scorrete i programmi della Scala, del Bolschoi o del Royal Court Theatre ma non ci troverete. I nostri corpi vestiti o travestiti, che si torcono e si muovono le creare storie, con le mani, con la faccia, con la voce, li trovate solo alla luce scarsa dei peggiori teatri e teatrini di borgata. Quelli che ti fortificano facendoti mangiare la polvere e le schegge delle assi del palco. Quelli che accolgono il tuo pubblico di affezionati, e qualche visitatore sbadato che rimane bloccato dentro, ma rimane stupito, interessato…e rimane. E ritorna. E il cerchio dei nostri amici si allarga. Aumenta il numero di quelli che ci danno la soddisfazione di fare ciò che ci piace: raccontare storie, e farceli credere. Ovviamente credendoci noi per primi. Crediamo fermamente a ogni finzione perché l’illusione è tutto nella vita. Ogni teatrino che scioglie l’incredulità, ogni prestito di fiducia e credenza da parte del pubblico e un successo che franerebbe in capo schiacciando il più colossale degli applausi a Broadway.

Il gruppo nonsologello (che poi siamo sempre gli stessi o quasi) ci produce gentilmente la maggior parte degli spettacoli, perché direte voi, che parolona grossa “produrre”: ma d’altronde oh, i soldi per far le robe servono, qualcuno li deve avere. Sperimentazione, pochi soldi e via, direte voi, ma anche gli stracci costano. E anche se da quant’è grande il mondo il mare che si ha davanti è talmente grande che fa scomparire quello già navigato, ad oggi qualcosina abbiamo già fatto.

 

Matteo

 

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